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Charlie Hebdo era un figlio di buona donna

L’attacco alla redazione di Charlie Hebdo ha sconvolto la normale routine di tutti. Pure mia madre mi ha chiamato chiedendomi “Ma hai visto cos’è successo in Francia?”. Il 2015 è iniziato così nel peggiore dei modi: l’omicidio della democrazia. Ma non voglio scrivere altre banalità – che ho già letto in ogni dove, tra l’altro – bensì per un omaggio che vuole essere una riflessione.

Conoscevo la rivista per sentito dire, ma non mi sono mai interessato più di tanto. Charlie Hebdo ha sempre fatto “notizia”, perché ha suscitato spesso scalpore con una satira dissacrante che ha fatto storcere il naso a molti. C’è addirittura una vignetta dove Dio, Gesù e lo Spirito Santo sono ritratti in atteggiamenti – diciamo – pastorali. In un senso molto boccaccesco. E adesso tutti a riempirsi la bocca e le mani con un #JeSuisCharlie. Ho la sensazione che ci sia molta ipocrisia in questo lutto, ma ormai dove non ce n’è? Un po’ come l’idiota – sì, ho detto idiota – che si fotografa gli addominali con un bel “Viva la libertà d’espressione“. Caro Mariano (che manco so chi tu sia), ti ho preso in parola.

Il terrore genera odio: la storia umana si basa su questo assioma. In mezzo all’ipocrisia c’è chi ora pensa di avere il nemico in casa, di chiudere frontiere, di imbruttire i prossimi presunti musulmani che incrociamo per strada. C’è un bellissimo articolo online di Igiaba Scego: “Non in mio nome“. Consiglio caldamente la lettura. Riprendo solo un piccolo passaggio: “Da afroeuropea e da musulmana io non ci sto. ‘Not in my name’, dice un famoso slogan, e oggi questo slogan lo sento mio come non mai. Sono stufa di essere associata a gente che uccide, massacra, stupra, decapita e piscia sui valori democratici in cui credo e lo fa per di più usando il nome della mia religione. Basta! Non dobbiamo più permettere (lo dico a me stessa, ai musulmani e a tutti) che usino il nome dell’islam per i loro loschi e schifosi traffici”. E soprattutto: “Chi ha ucciso sa che si scatenerà l’odio“. L’appello di Igiaba è quello di tenere botta e di rimanere uniti: una missione impossibile, direi.

Perché se l’istinto di pancia è quello di dire “i musulmani non sono tutti terroristi, ma tutti i terroristi sono musulmani” e quindi giù botte, ecco, lo spirito ragionevole che coltiviamo ci deve spingere a non far di tutta l’erba un fascio. Che di fasci il Mondo ne è ben già pieno. Se Charlie Hebdo fosse stata una persona, sarebbe stato un gran figlio di buona donna. E ieri qualcuno ha ucciso il NOSTRO figlio di buona donna. Lo ammetto: non ho mai amato tutta la satira di quel giornale, ma difenderò a spada tratta qualunque libertà d’espressione. Vuoi fare vedere le tette e un piccolo broncio per dimostrare il tuo lutto? Gli addominali per supportare un concetto? Fallo pure. Hai il diritto di farlo e l’unico rischio che hai è quello che qualcuno ti dia dell’idiota. Ma nessuno imbraccerà un kalashnikov per dimostrartelo.

Sostengo che anche la Bonino abbia ragione: che il mondo musulmano si faccia sentire e reagisca. Perché se non vogliamo che questo episodio diventi una nuova scintilla per uno scontro di civiltà ci vuole la buona volontà di tutti e meno ipocrisia. Oppure lasciate pure l’ipocrisia, ma metteteci più buona volontà. Non so se sia colpa dei media che non ne tengono traccia, ma il disgusto e l’orrore che hanno attanagliato diverse persone non è stato ancora condiviso con forza dalle comunità musulmane internazionali, se non quella francese. E quindi sembriamo rimanere “noi” occidentali da una parte a urlare lo schifo e il “resto dei cattivi” a fare orecchie da mercante. Questo significa essere sull’orlo del precipizio, occhio.

Sebbene non abbia mai amato Charlie Hebdo, mi sento molto suo fratello. E allora sì, sono anch’io Charlie Hebdo. Non mi nascondo dietro un dito: prendessero quei tre disgraziati, li vorrei vedere a spaccare pietre con altre pietre per il resto della loro vita. Tipo dietro a una teca di vetro. Come uno si ferma a spaccare una pietra, toh, randellata sulle gengive. No, non sono per il perdono, so che dovrei lavorarci di più, ma la strada della santità è lunga. Alcuni gesti non si possono perdonare: hanno solo bisogno di giustizia. Ma la giustizia non è vendetta, non è cominciare a sganciare bombe a caso e forse non è neanche quella di far spaccare pietre con altre pietre per il resto della vita, lo so, me ne rendo conto. La giustizia è fare la cosa giusta: se il terrore genera odio, noi ricorriamo alla ragionevolezza. Per non generare altri mostri e altre mostruosità.

Ecco, Charlie, ho detto la mia. Credo non serva a un cazzo, ma sentivo di doverlo fare. Fanculo agli integralismi, da qualsiasi parte provengano. E anche se non mi sei mai piaciuto tanto, spero con tutto il cuore che tu non venga dimenticato o che il tuo nome non finisca sulla bocca di una nuova guerra santa.

charlie

Photo Credits: Carlo Allegri, Reuters/Contrasto

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